"L'amore ai tempi del colera" di Gabriel Garcia Marquez

Dal romanzo “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez leggiamo: “Florentino Ariza non provò invidia né rabbia, ma un gran disprezzo per se stesso. Si sentì povero, brutto, inferiore, e indegno non solo di lei ma di qualsiasi altra donna sulla terra.
Sicché era di nuovo qui. Tornava senza motivo di pentirsi del brusco mutamento che si era introdotto nella sua vita. Anzi, ne ebbe sempre di meno, soprattutto dopo essere sopravvissuta alla salita dei primi anni. Più meritorio ancora nel caso di lei, che era arrivata alla notte di nozze nelle nebbie dell’innocenza. Aveva cominciato a perderla durante il viaggio nella provincia della cugina Hildebranda. A Valledupar capì infine perché i galli corteggiano le galline, assistette al rito brutale degli asini, vide nascere i vitelli, e sentì le cugine parlare con naturalezza di quali coppie della famiglia continuavano a fare l’amore e quali e quando e perché avevano smesso di farlo pur seguitando a vivere insieme. Fu allora che si iniziò agli amori solitari, con la rara sensazione di scoprire qualcosa che i suoi istinti conoscevano da sempre, dapprima nel letto, col respiro imbavagliato per non tradirsi nella camera divisa con mezza dozzina di cugine, e poi a due mani distesa in tutta comodità sul pavimento del bagno, con i capelli sciolti e fumando le sue prime sigarette di tabacco nero. Lo fece sempre con qualche dubbio di coscienza che riuscì a superare solo dopo essersi sposata, e sempre in assoluta segretezza, mentre le cugine ostentavano tra loro non solo la quantità di volte in un giorno, ma anche il modo e l’intensità dei loro orgasmi. Tuttavia, malgrado l’incanto di quei riti iniziatici, continuò a portarsi dietro la convinzione che la perdita della verginità fosse un sacrificio sanguinoso.
Così la sua festa di nozze, una delle più strepitose della fine del secolo passato, trascorse per lei nella vigilia dell’orrore. L’angoscia della luna di miele l’afflisse molto più dello scandalo sociale per il matrimonio con un uomo di mondo come non ce n’erano due in quegli anni. Dopo che iniziò a commentare le pubblicazioni alla messa solenne della cattedrale, Fermina Daza ricevette ancora lettere anonime, alcune con minaccia di morte, ma non le prendeva in considerazione, perché tutta la paura di cui era capace la riversava all’imminenza dello stupro. Era il modo corretto di trattare le lettere anonime, sebbene lei non lo facesse di proposito, in una classe abituata dalle beffe storiche a chinare la testa davanti ai fatti compiuti. Sicché tutto quanto le era avverso si andava mettendo dalla sua parte a mano a mano che le nozze divenivano irrevocabili. Lei lo notava nei cambiamenti graduali della gentilezza da parte di donne livide, degradate dall’artrite e dai risentimenti, che un giorno si convincevano della vanità dei loro intrighi e comparivano senza annunciarsi nel giardino dei Vangeli, come se fosse casa loro, cariche di ricette di cucina e di doni augurali. Trànsito Ariza conosceva quel mondo, anche se solo quella volta lo patì sulla sua pelle, e sapeva che le sue clienti riapparivano alla vigilia delle grandi feste a chiedere il favore di disseppellire le sue anfore e di prestare loro i gioielli impegnati, solo per ventiquattr’ore, in cambio di un interesse in più. Era molto tempo che non accadeva come quella volta, quando le anfore rimasero vuote affinché le signore dai nomi altisonanti potessero abbandonare i loro santuari di ombre e apparire radiose, con le loro gioie impegnate, in un matrimonio come non se ne videro altri così splendidi nel resto del secolo, e la sua gloria finale fu avere come testimone il dottor Rafael Nùnez, tre volte presidente della repubblica, filosofo, poeta e autore del testo dell’inno nazionale, secondo quando si poteva apprendere già allora in qualche dizionario recente. Fermina Daza arrivò all’altare maggiore della cattedrale sottobraccio al padre, cui il vestito da cerimonia diede per un giorno un’aria equivoca di rispettabilità. Si sposò per sempre davanti all’altare maggiore della cattedrale in una messa concelebrata da tre vescovi, alle undici del mattino del giorno di gloria della Santissima Trinità, e senza un pensiero di carità per Florentino Ariza, che in quel momento delirava di febbre, morendo per lei, nelle intemperie di un battello che non l’avrebbe portato all’oblio. Durante la cerimonia, e poi nella festa, conservò un sorriso che sembrava fissato con la biacca, un’espressione senza anima che qualcuno interpretò come il sorriso di scherno della vittoria, ma che in realtà era un povero espediente per nascondere il suo terrore di novella sposa vergine.”

RICHESTA INFORMAZIONI: "L'amore ai tempi del colera" di Gabriel Garcia Marquez


security code
Privacy* Art. 13, D.Lgs. 196/2003.
Iscriviti alla Newsletter.