La goliardia.

L’espressione goliardica, in tutte le sue forme, si è sempre sostanziata di una forte allusione sessuale. All’inizio, nel tardo Medioevo, si trattava di autentici canti popolari, volgari e schietti. Nel 1876 Giosué Carducci scoprì le cosiddette “Rime dei Memoriali bolognesi”. Si trattava di componimenti licenziosi scritti su documenti notarili allo scopo di riempire gli spazi vuoti, per evitare successive manipolazioni degli atti pubblici. L’idea venne a un notaio buontempone che trascrisse molte canzonette, più o meno oscene, che erano universalmente conosciute nella sua epoca. Una di queste parla di una ragazzina che supplica la madre di trovarle presto un marito perché ha troppo voglia di fare l’amore. I versi della canzone si attardano nella dettagliata descrizione di tutte le cose che la ragazza vorrebbe fare con il marito.
Il “Decameron” di Boccaccio ci dà, alla fine della quinta giornata, una testimonianza di alcune delle canzoni licenziose che circolavano in Toscana in quel periodo. Dioneo a cui tocca cantare la canzone che suggella la giornata (la quinta), vuole fare lo spiritoso e avendo il pallino della cosa “piccante” finge di non aver capito che gli si richiede una canzone d’amore raffinata e così snocciola uno dietro l’altro i seguenti titoli: “Monna Aldruda, levate la coda, ché buone novelle vi reco”, “Alzatevi i panni, Monna Lapa”, “Sotto l’ulivello è l’erba”, “L’onda del mare mi fa gran male”, “Escici fuor, che sia tagliato, com’un mio in su la campagna”, “Monna Simona imbotta imbotta, e’ non è del mese d’ottobre”, “Questo mio nicchio s’io nol picchio”, “Deh fa pian, marito mio”, “Io mi comperai un gallo delle lire cento”.
Queste citazioni dello sfacciato Dioneo, essendo riferimenti molto noti all’uditorio, destano scalpore. Infatti “La reina allora un poco turbata, quantunque tutte l’altre ridessero, disse: - Dioneo lascia stare il motteggiare e dinne una bella; e se non, tu potresti provare come io mi so adirare.”
Tale passaggio del “Decameron” ci fa capire che accanto alla donna angelicata del “dolce stil novo”, circolava l’immagine di una donna più sanguigna, gioiosa e concreta.
Letteratura ufficiale e letteratura scabrosa nascono insieme e procedono in parallelo. Tanti illustri letterati hanno avuto insieme al “coté” ufficiale, quello licenzioso. Dopo gli antecedenti illustri dell’Aretino e del Berni, potremmo citare il poemetto “La stercoreide” di Renato Fucini; “La culeide, in antitesi al moderno sistema dei culi finti “ di Gabriele Rossetti; “L’antiafrodisiaco per amor platonico” di Ippolito Nievo, in cui si espone la singolare convinzione che le donne si dividono in puttane professioniste e in puttane mascherate (ovviamente peggiori delle prime). Tale teoria, però, porta alla seguente inevitabile (forse geniale) conclusione: “Se le donne sono sgualdrinelle, come saran gli uomini se non puttanieri e figli di baldracche.”
Prima che il ’68 la spazzasse via, nelle università imperversava la “goliardia”, portatrice dalla seconda metà dell’Ottocento di un bagaglio di volgarità in rima che sostanziavano dei rituali incentrati sulla persecuzione della “matricola”. Il meccanismo era lo stesso del “nonnismo” tra i militari. Si indossavano costumi sgargianti, berretti multicolori e ci si attribuiva cariche pompose (Pontifex Maximus, Tribunus, Doge, Sublime Kaliffo, Gran Maestro delle Crapule) e nelle feste e nei cortei si rappresentava la quintessenza dell’inutilità. Il clima potrebbe suggerire riferimenti culturali importanti, come la “Patafisica” di Alfred Jarry. Ma sarebbe un errore poiché tutto è irrimediabilmente “basso” da parte di una classe di studenti fannulloni, smidollati e perdenti, che già Federico Fellini aveva fotografato ne “I vitelloni”.

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