DON GIOVANNI E CASANOVA

In tempi in cui il controllo della religione sulle coscienze era ferreo, qualche spirito libero (e forse un po' pazzo) osava considerarsi svincolato da tutte le regole convenzionali e quindi svincolandosi dalla religione si svincolava automaticamente anche dai suoi dettami morali. Era il libertino, termine che a torto è ancora considerato spregiativo, se non altro perché egli, a differenza del bigotto, ha anticipato la mentalità contemporanea.
Il mito di Don Giovanni, che diviene protagonista di diverse opere letterarie, s'inserisce in quella scia eroica piena di fascino di colui che ha il coraggio di ribellarsi al piatto conformismo. Fu il drammaturgo spagnolo Tirso de Molina a introdurlo nella letteratura intorno al 1620. La commedia si intitolava "El Burlador de Sevilla y el Convidado de Piedra" e si richiamava dunque ai due temi fondamentali: il seduttore di donne e il libero pensatore in materia di religione e di morale. Tirso de Molina non ha inventato nulla: raccoglieva una diffusa mitologia popolare spagnola, certamente alimentata da tante biografie reali.
Secondo Maranon il vero modello a cui si è ispirato Tirso sarebbe un certo duca di Villamediana, che aveva destato scalpore per le sue imprese di scavezzacollo. Ma i modelli si confondono con gli epigoni; infatti si tramanda che un adolescente di Siviglia, profondamente impressionato dal personaggio di Don Giovanni, ne imitò le gesta e fu a sua volta immortalato in una celebre opera di Czeslaw Milosz. Anche Molière si cimentò con l'argomento scrivendo nel 1665 il suo "Don Juan ou le Festin de Pierre" (e ignoriamo se conoscesse o meno il lavoro di Molina). Certo i punti di contatto tra la commedia di Tirso e quella di Molière sono parecchi; ma l'archetipo comune potrebbe essere appunto la tradizione orale.
Il fascino che ha sempre avuto la figura di Don Giovanni si spiega con la sua grande novità e la sua assoluta modernità. Per arrivare ad essere il simbolo della libertà sessuale e del pansessualismo bisogna avere un grande sostrato filosofico, considerare la propria vita come un assoluto al posto di Dio, di cui solo molto dopo i filosofi constateranno la morte.
L'inquietudine di Don Giovanni è quella dell'uomo di oggi che non riesce a trovare consolatoria una morale basata sull'inibizione e sulla rinuncia. L'"homo unius mulieris" è una camicia di forza intollerabile per chi ha in sé (novello Ulisse) l'invincibile desiderio della conoscenza di altre donne, di altre avventure. Ogni nuova donna è come una terra promessa che si profila all'orizzonte e che comporta quasi il "dovere" dell'esplorazione.
Don Giovanni non conosce appagamento e, come Ulisse, non fa in tempo ad approdare su un nuovo lido che già la febbre di una nuova partenza lo invade.
Noi che abbiamo avuto la ventura di nascere dopo Freud, sappiamo bene che Don Giovanni è un malato che non guarirà mai la propria malattia. Infatti egli non sa godere, è un "frigido" che non troverà mai l'appagamento nonostante i molteplici orgasmi. E' senz'altro una inguaribile impotenza dovuta a una fissazione feticistica a stadi infantili in cui una madre forse troppo fredda non ha saputo trasmettere il tepore appagante del seno.
Per accettare il vincolo della fedeltà di coppia occorre avere una forte stima per il partner non come singolo individuo ma come simbolo della categoria "femmina" o della categoria "maschio". Don Giovanni non stima le donne, neppure quando la donna è "generosa" e "vulgivaga" a sua immagine e somiglianza. Nessun critico letterario l'ha mai detto (che io sappia): Don Giovanni sembra pensare che la donna "non generosa" va punita con l'abbandono immediatamento dopo la conquista, e la donna "generosa" va punita ugualmente poiché la sua generosità è invariabilmente tardiva.
Se il tenore della sfida tra i sessi è a questi livelli non possiamo liquidare Don Giovanni semplicemente come un malato. In barba a Freud dobbiamo dire che la malattia del mitico libertino è la stessa malattia che affligge l'essere umano, che fino ad oggi si è illuso di darsi un senso con le religioni e il moralismo. Oggi gli esseri umani consapevoli sono molto più vicini al folle Sade che al saggio moralista.
Dunque la modernità di Don Giovanni è davvero assoluta. Egli ci mostra come essere assolutamente liberi, anche a costo di scoprire l'impotenza dell'amore. L'amore spesso rischia di essere una pesante catena che solo uno schiavo rassegnato può continuare a trascinare. E' una sfida dura, ma forse vitale, che ci potrà permettere di allungare lo sguardo e di renderlo penetrante, in modo da capire che l'amore, così retoricamente esaltato, non è altro che una melassa di egoismo.

Certamente Don Giovanni è il profeta dell'individualismo integrale, come Sade è stato il profeta dell'erotismo. Dopo Don Giovanni gli ordini costituiti, le gerarchie immobili non hanno più senso. La sua stessa esistenza rendeva inevitabile il regicidio, la rivoluzione francese e la morte di Dio, insomma tutto quello che dopo di lui è arrivato.
Grande merito della letteratura è stato quello di aver anticipato la fine di un mondo basato sull'ideologia e il sorgere di un'alba nuova per l'individuo e i suoi bisogni. La sessualità che l'individuo esprime non può essere asservita a tutti (al disegno divino, alla specie, all'amore) tranne che a lui stesso. La mentalità libertina finalmente è in grado di aprire all'individuo la strada per occupare il posto che gli compete: il primo.
Don Giovanni ha dato al personaggio mitico del Seduttore non solo il nome, ma tutta la sostanza e tutto lo spessore. Senza l'elaborazione "filosofica" presente nel trasgressore delle "leggi inviolabili" l'Amore (con l'A maiuscola) avrebbe impunemente continuato a trattare l'erotismo e la passione come servi senza dignità. Tutto il medioevo aveva esaltato l'amore-devozione che traeva ispirazione dal mito di Tristano e Isotta. C'era stato il "dolce stil novo" e l'esaltazione dell'amor cortese. Don Giovanni sovverte ogni regola precedente; mentre Tristano è il seduttore senza passione e senza erotismo che amò la donna solo a patto di sublimarla, Don Giovanni non sublima nulla ma è capace di inseguire una "categoria" senza mai cadere nel caso particolare.
Don Giovanni è uno scettico: non crede nei miti ultraterreni, non crede nell'amore eterno, non crede alla felicità. Egli è totalmente disincantato, totalmente disilluso; ma non è affetto né dallo "spleen" baudelairiano, né dai dolori alla "giovane Werther". Egli è un uomo "esistenzialista" consapevole che non c'è nulla da aspettarsi che già non si conosca in anticipo.
Henry de Montherland ha sostenuto che Don Giovanni non passa da una donna all'altra perché non ha ottenuto quello che si aspettava, ma per il motivo opposto: avendo preso quello che da ognuna può prendere non c'è motivo di indugiare oltre. Don Giovanni sa molto bene che imbarcarsi in progetti ambiziosi, come l'amore, è puramente velleitario: non credendo nell'amore non si illude e prende esattamente quello che si può prendere. E' la vera realizzazione del "carpe diem" di Orazio, "quam minimum credula postero".

Il personaggio di Don Giovanni, anche ai nostri giorni (soprattutto ai nostri giorni) ha una grande validità. Egli ci dice di non credere ai miti e alle favole, e di far crescere la propria lucidità poiché l'illusione potrebbe contenere il veleno che ci uccide. E' stato detto che Don Giovanni è il nemico di Dio: non è esatto. Egli Dio neppure lo concepisce perché sa che non avrebbe senso sprecare tante energie per confutarlo.
Egli non ama le donne, ma neppure le odia, poiché entrambi questi sentimenti ancora una volta richiedono troppo dispendio di energie. Egli certamente ha un atteggiamento predatorio nei confronti delle donne, ma nel prendere quello che in quel momento gli occorre non ha nessuna crudeltà e nessun intento punitivo. Certamente Don Giovanni, a differenza di Casanova, non si accontenta dell'involucro; vuole certamente l'anima ma non per il gusto di fuorviarla ma per insinuare quell'atteggiamento scettico che lui crede importante per non cadere nelle illusioni.
Certamente Don Giovanni rimane un uono legato al suo tempo, perché noi oggi abbiamo perduto la possibilità di provare il suo stesso piacere per la trasgressione. Il suo sottile godimento era quello di ignorare gli interdetti e i tabù religiosi o sentimentali, nella sua epoca ancora tanto forti. Noi oggi abbiamo la fortuna di aver sfondato diverse porte, e se qualcuna resta ancora da sfondare, coraggio, siamo sulla buona strada.
Nel campo delle espressioni artistiche Don Giovanni aprì nuovi filoni espressivi. Un romanzo "moderno" come "Les liaisons dangereuses" di Choderlos de Laclos incarna la "filosofia" del dongiovanni in entrambi i protagonisti, Valmont e la marchesa di Merteuil (pur con individualità diverse). Il "Don Giovanni" di Mozart ne propone la sintesi più alta e compiuta. Il "Don Giovanni" di Molière è la versione più forte e positiva del libertino che non sfida Dio, ma semplicemente lo ignora.
Lo spirito del dongiovannismo ha certamente pervaso in parte il nostro tempo, ma la "lezione" non ha perso di attualità e di pregnanza. Soprattutto è l'anti-Tristano che deve ancora offrire molti spunti di riflessione a un mondo che ha ancora la tendenza infantile di mitizzare il sentimento dell'amore. In Tristano vi è tutta la retorica amorosa della fedeltà suprema e del desiderio senza fine. Don Giovanni ci riporta con i piedi per terra poiché il tornare a bussare sempre alla stessa porta è una sorta di miracolo, finché dura.
Ci resta da porci una domanda: ma davvero Don Giovanni va visto come l'eterno insoddisfatto? Ci vuole proprio un forte insufflamento di romanticismo per non vedere che la passione non può durare oltre un certo limite. Poi è follia pura parlare di eternità in materia di sentimenti umani. Don Giovanni è un realista; egli prende l'uovo oggi e non crede alla promessa della gallina domani. Poi Don Giovanni ci insegna che non abbiamo bisogno di una cosa sola, ma di tantissime cose. Chi di noi non ha capito che il detto "due cuori e una capanna" è un'autentica sciocchezza, gli resta ancora da compiere una lunga riflessione sulla vita. Don Giovanni, finita l'epoca della contrapposizione ai dogmi, può correre il rischio di diventare come Casanova: un donnaiolo cinico ed egoista. Ma forse Don Giovanni se ne infischia delle bassezze, essendo stato sempre considerato un peccatore impenitente sa che la peggiore bassezza la raggiungerà il "santo" e il "perfetto" quando sarà loro strappata la maschera. Di tutti i miti che invariabilmente cadranno quello del dongiovanni è il più onesto, in quanto non ha mai cercato di dimostrare quello che non è e non può essere.
Se c'è una scienza che deve continuare a studiare il dongiovannismo, questa è la psicologia. Troppo spesso (ed è vergognoso) gli psicologi (quei signori o signore a cui qualcuno ha dato una patente) continuano a parlare del sentimento dell'amore con una insalata di parole melensi che farebbero storcere il naso anche a Liala e a tutte le autrici della serie Harmony.

Giacomo Casanova era un avventuriero veneziano nato nel 1725 da genitori che operavano entrambi nel campo dello spettacolo. Morì nel 1798 nel castello di Dux dove era stato assunto come bibliotecario del conte di Waldstein. Nel 1788 pubblicò a Praga un romanzo, l'"Icosameron" che trattava dell'esplorazione al centro della terra alla maniera di Campanella e Swift, e che forse ha ispirato Verne per il suo celebre romanzo.
Questo ci fa capire subito che il soggetto è ingegnoso e versatile. Comunque la sua fama di letterato è legata a una serie di racconti autobiografici, successivamente pubblicati sotto il titolo di "Memorie".
La vita avventurosa di Casanova l'apprendiamo proprio dalla lettura di questo libro autobiografico, che ha tra i suoi pregi quello di fornirci un ritratto vivo di quell'epoca. Casanova visse nell'ambiente dei potenti della sua epoca pur non facendo parte della classe nobiliare. Per restare a galla dovette esporsi a rischi e più di una volta gli andò male. Conobbe la prigione dei Piombi di Venezia, di cui ci lascia il racconto di una carambolesca evasione, e per parte della sua vita dovette fuggire braccato da una città all'altra dell'Europa.
Casanova rivestì molti ruoli nella sua vita; fu seminarista, ufficiale e musicista, ma soprattutto un gran seduttore di donne che lo protessero e ne assicurarono i periodi di fortuna. Certamente nel descrivere le sue avventure galanti egli si compiace (e forse talvolta dà spazio alla fantasia in qualche particolare) ma sostanzialmente ci racconta la verità. Per essere un vero dongiovanni occorrono doti di manipolatore ed affabulatore e di queste Giacomo non faceva difetto. Egli spesso mette l'accento sulla sua forte fede cristiana, ma dato che aveva già subito l'accusa (con relativa prigione) di essere un libertino, capiamo subito che tutto quello che egli dice e pensa, lo dice e lo pensa nella veste di geniale opportunista.
Volendo egli vincere nell'ambiente dei potenti riteneva machiavellicamente lecito ogni mezzo e si sarebbe fatto anche buddista pur di raggiungere uno scopo. Il suo eterno fuggire da città a città era sempre motivato dalla necessità di allontanarsi dalla donna abbandonata e andare verso quella da cui sperava di ricevere i favori. Siccome Giacomo imboniva, truffava e plagiava con le sue magie (la fama di mago era a livello continentale) egli doveva fuggire di volta in volta da Amsterdam a Stoccarda, da Colonia a Zurigo, da Ginevra a Genova, da Marsiglia a Roma, da Firenze a Berlino, da Parigi a Riga, da Varsavia a Pietroburgo, da Praga a Vienna, da Madrid a Barcellona.
Sempre alla corte di sovrani, di potenti e letterati egli frequenta Federico il Grande, che ne apprezza la bella presenza, e via via Voltaire, Rousseau, Benedetto XIV, Clemente X, Maria Teresa, Giuseppe II e via via seduce una folta schiera di donne con l'avvenenza e la duttilità di spirito, risultando affascinante a tutti quelli che incontra.
Casanova era sicuramente un mistificatore e un imbroglione, ma in ogni cosa che diceva o faceva, sapeva infondere un'aura di mistero che non poteva che incuriosire. Egli è un megalomane che però si è adattato anche all'umiliante condizione di fare la spia e il delatore per la polizia e per l'inquisizione (di cui aveva patito sulla sua pelle i rigori). Egli, sicuramente libertino al fondo del suo animo, va dal capo dell'Inquisizione a sciorinare la lista delle persone che possiedono libri messi all'indice o trafficano in attività moralmente riprovevoli.
Segnala una "accademia del nudo femminile, nella quale sono ammessi perfino dei ragazzini di appena dodici o tredici anni". Segnala che in un palchetto del teatro "donne di malaffare e giovani debosciati commettono quei tali delitti, che l'autorità, pur sopportandoli, desidera perlomeno che non vengano esibiti in pubblico".
Fu un triste declino per Casanova che muore dimenticato da tutti. Di lui si riparlò vent'anni dopo la sua morte in occasione della diffusione delle "Memorie". Dalla lettura di queste ultime veniamo a conoscenza delle gesta amatorie di inguaribile seduttore, a volte generoso, a volte cinico. Giacomo, per esempio, fu capace di cedere a un altro uomo un'amante in cambio del ritratto di un'amica. Fu capace di dare una moneta d'oro a un ragazzo perché gli consentisse di godere della sua fidanzata. Non facendosi alcun scrupolo di "fedeltà" approfittò dei favori più o meno simultanei di cinque sorelle verso le quali egli scrive sfacciatamente di provare "i sentimenti di un padre" (ci ricorda qualcosa?!). Egli precisò che "il pensiero di andare a letto con loro non faceva altro che accrescere la mia tenerezza".
Nonostante queste "storture", egli continuava a proclamarsi fervente cristiano e convinto sostenitore dei retti principi morali. Egli sostiene di essere stato la "vittima" innocente dei propri sensi e che quelli "sono stati peccati di gioventù". Egli, ben inteso, non è un malvagio poiché cerca di fare quello che giudica un bene. Cura il vaiolo di una ragazza con cui è stato a letto. Approfitta dell'ingenuità di una contadina ma poi (quasi a riparazione) le trova marito.
Giacomo più d'una volta, per bontà o per convenienza, ha trovato marito alle sue amanti. Quando non riesce a trovare loro un marito, procura almeno un protettore munifico che faccia loro regali costosi.
Casanova cede per un nonnulla alla tentazione e qualunque piccolo particolare lo eccita. "Ella portava una larga crinolina e nessuna sottana: mi bastò per farmi crollare". D'altra parte, alla minima richiesta di impegno egli fugge immediatamente, come se considerasse innaturale per il piacere erotico l'idea di poter mettere sia pur piccole radici.
Egli crede che il piacere sia "il godimento attuale dei sensi: una soddisfazione completa, che gli si accorda riguardo a tutto quello che essi preparano; e quando i sensi esauriti chiedono il riposo sia per riprendere fiato sia per potersi ricostituire, il piacere si trasferisce nell'immaginazione: ci si compiace di riflettere sul piacere che ci ha procurato quell'appagamento".
Gregorio Maranon, nel saggio dedicato al tipo di dongiovannismo incarnato da Casanova, sostiene che egli non esprime virilità, bensì sensualità, che si esprime con una continua commistione del piano affettivo con quello sessuale, tipico nella donna. L'idiosincrasia verso qualsiasi forma di "fedeltà" è dovuta a un vuoto affettivo da colmare e che determina l'inquietudine errabonda propria di Giacomo. Egli era alla ricerca di una realizzazione narcisistica che si sostanziava in un ideale estetico che solo la bellezza del corpo femminile poteva incarnare.
Dunque Casanova, checché egli possa pensare di se stesso, non sa che farsene dello "spirito" ed è unicamente interessato al corpo con annessi e connessi, con i suoi apparati, con i suoi monili. Ciò spiega tra l'altro la sua passione per i gioielli. Di sé diceva con molta compiacenza: "Vivevo con un lusso straordinario. Avevo anelli, tabacchiere, catene d'orologio incrostate di pietre preziose, una croce di diamanti e di rubini appesa a un nastro di seta scarlatta".
Nella sua sostanziale onestà, confessava: "Mi rendo conto, senza arrossire, che io amo me stesso più di quanto nessuno mi abbia mai amato". Fisicamente Giacomo era di taglia gigantesca, che poteva corrispondere, se vogliamo, al tipo morfologico dell'eunuco. Per Maranon l'esibizionismo con cui racconta le sue gesta amorose, è un chiaro segno di deficienza sessuale.
Su questo personalmente non concordo visto il rimpianto di più di una donna per non averlo più disponibile. Peraltro Maranon ha ragione quando lo giudica sterile, altrimenti, visti gli scarsi strumenti contraccettivi dell'epoca e il numero stratosferico selle sue avventure, una parte significativa degli europei di oggi dovrebbero annoverarlo tra i propri antenati. D'altra parte Casanova odiava i bambini e l'idea di disseminare di marmocchi il suo intricato itinerario lo avrebbe fatto certamente inorridire.
Egli, focalmente, viveva la donna e nessun altra perpetuazione verso il futuro. Dice Havelock Ellis di Casanova: "Cercava il piacere attraverso il piacere e non si curava della disposizione delle donne che amava. Un uomo di maggiore statura morale non avrebbe potuto amare tante donne, un uomo di stoffa più volgare non sarebbe riuscito a renderle tanto felici".

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