"L'immoralista" di André Gide

Dal romanzo “L’immoralista” di André Gide leggiamo: “La strada da Ravello a Sorrento è così bella che quel mattino non avrei desiderato vedere niente di più mirabile sulla terra. La calda asprezza delle rocce, la pienezza dell’aria, gli odori, la limpidezza, tutto mi riempiva dell’adorabile fascino di vivere e mi bastava al punto che nient’altro che una gioia leggera sembrava dimorare in me; ricordi o dispiaceri, avvenire e passato tacevano; non conoscevo più altro della vita se non quello che portava, che travolgeva l’istante.
- Che gioia fisica! - gridavo - ritmo certo dei muscoli! Salute!…
Ero partito di primo mattino, precedendo Marceline la cui gioia troppo calma avrebbe temperato la mia, così come il suo passo avrebbe rallentato il mio. Lei mi avrebbe raggiunto in vettura a Positano, dove dovevamo pranzare.
Mi stavo avvicinando a Positano, quando un rumore di ruote, come un basso in uno strano canto, mi fece voltare di colpo. Lì per lì non riuscii a vedere nulla, per colpa di una curva che costeggia in quel punto la scarpata; poi d’improvviso apparve una vettura dall’andatura sconnessa; era quella di Marceline. Il cocchiere cantava a squarciagola, gesticolava, si alzava in piedi a cassetta, frustava ferocemente il cavallo ansimante. Che brutalità! Mi sorpassò, ed ebbi solo il tempo di scansarmi, non si fermò al mio richiamo… mi lanciai: ma la vettura era troppo veloce. Mi terrorizzava il pensiero di vedere Marceline sbalzata bruscamente, così come di vederla restare lì; un balzo incontrollato del cavallo avrebbe potuto farla cadere in mare… All’improvviso il cavallo cadde a terra, Marceline scende, vuole fuggire; ma io sono già al suo fianco. Il cocchiere, appena mi vede, mi accoglie con terribili ingiurie. Ero furioso con quell’uomo; al suo primo insulto presi lo slancio e lo scaraventai giù da cassetta. Mi rotolai a terra con lui, ma non persi il vantaggio; sembrava stordito dalla caduta, e lo fu più ancora da un pugno che gli tirai in piena faccia quando vidi che mi voleva mordere. Eppure non lo mollai, bloccandolo con un ginocchio sul petto e cercando di tenere sotto controllo le sue braccia. Guardai la sua orribile faccia che il mio pugno aveva reso ancora più brutta; sputava, sbavava, sanguinava, bestemmiava, ah! Che essere orribile! E’ vero! Strangolarlo sarebbe sembrato legittimo - e, forse, se lo avessi fatto… almeno me ne sentii capace; e sono convinto che solo il pensiero della polizia mi bloccò.
Riuscii, non senza fatica, a legare bene quell’essere infuriato. Lo gettai nella vettura come un sacco. Ah! Che sguardi, dopo, e che baci ci scambiammo! Il periodo non era stato grande; ma avevo dovuto mostrare la mia forza, per proteggerla. Mi era persino sembrato di potere dare la mia vita per lei…, donarla tutta con gioia… Il cavallo si era rialzato. Lasciando l’ubriacone all’interno della vettura, salimmo tutti e due a cassetta e, guidando bene o male, raggiungemmo Positano, poi Sorrento.
Fu quella la notte in cui possedetti Marceline.
Avete capito bene o devo ripetervi che ero nuovo alle cose dell’amore? Forse la grazia della prima notte di nozze fu dovuta proprio alla sua novità… Mi pare, cercando di ricordare adesso, che quella fu l’unica notte, poiché l’attesa e la sorpresa dell’amore si aggiungevano alla voluttà delle delizie, poiché una sola notte è sufficiente ad un grande amore che vuole rivelarsi, e poiché il mio pensiero la serba come unico ostinato ricordo. Le nostre anime si confusero nella risata di un momento… Ma credo che questo sia un punto culminante, unico dell’amore, e che l’anima più tardi, ah! cerca invano di sorpassare; e lo sforzo che essa fa per resuscitare la sua felicità, la consuma; ché nulla impedisce di essere felici come il ricordo della felicità. Ahimè! Mi ricordo di quella notte…
Il nostro albergo era fuori città, circondato da giardini e da frutteti; la nostra camera era resa più lunga da un balcone molto largo, accarezzato da alcuni rami. L’alba entrò liberamente dalla finestra spalancata. Mi sollevai dolcemente, e teneramente mi chinai su Marceline. Lei dormiva; sembrava sorridere nel sonno. Mi pareva, essendo più forte, di sentirla più delicata, e che la sua grazia fosse fragilità. Pensieri tumultuosi mi passarono per la mente. Speravo non mentisse, dicendo che rappresentavo tutto per lei; poi, mi chiedevo: ’Cosa faccio io per la sua gioia? Quasi tutti i giorni e per tutto il giorno la lascio sola; si aspetta tutto da me e io la trascuro!… ah! Povera, povera Marceline!…’. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Invano cercai di avanzare come scusa di fronte a me stesso la mia debilitazione passata; che cosa me ne facevo, ora, di cure costanti e di egoismo? Non ero forse più forte di lei in quel momento?…
La sua bocca aveva abbandonato il sorriso; l’aurora, nonostante avesse dorato tutto, ai miei occhi apparve triste e pallida; - forse l’avvicinarsi del mattino la angosciava; un grido nacque dentro di me: ’Dovrò un giorno, a mia volta, curarti, preoccuparmi per te, Marceline?’. Tremai; e, ricolmo d’amore, di pietà, di tenerezza, le diedi dolcemente sulla fronte, tra gli occhi chiusi, il più tenero, il più innamorato ed il più devoto dei baci.”

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