I diavoli di Loudun

Da “I diavoli di Loudun” di Aldous Huxley leggiamo: “La persona che fu una volta soeur Jeanne des Anges, priora delle orsoline di Loudun, era stata annichilita, annichilita non alla maniera di Mallarmé, ma di Baudelaire, con una differenza in più. Parodiando la frase di s. Paolo, ella poteva dire di sé “Io vivo, pure non io, ma il fango, l’umiliazione, la mera fisiologia vive in me”. Durante gli esorcismi ella non era più un soggetto; era soltanto un oggetto con sensazioni intense. Orribile, ma anche meraviglioso: un oltraggio, ma nello stesso tempo una rivelazione e, nel senso letterale della parola, un’estasi, un’evasione dall’odioso e fin troppo familiare io.
A quell’epoca, bisogna notare, soeur Jeanne non aveva l’esatta consapevolezza di essere indemoniata. Mignon e Barré le dissero che era infestata dai diavoli e nei deliri provocati dagli esorcismi ella stessa diceva altrettanto. Ma non aveva ancora alcuna sensazione di essere posseduta dai sette diavoli (sei dopo la partenza di Asmodeo) che si supponeva fossero accampati nel suo minuscolo corpo. Ecco la sua analisi della situazione.
‘Non credevo allora che si potesse essere indemoniati senza il proprio consenso, o senza aver fatto un patto col diavolo; in ciò mi sbagliavo perché i più innocenti e i più santi possono essere indemoniati. Io non ero tra il numero degli innocenti; perché migliaia e migliaia di volte mi ero arresa al demonio peccando e opponendo continua resistenza alla grazia… I demoni si insinuarono nella mia mente e nelle mie inclinazioni, in maniera tale che, attraverso le disposizioni al male che trovarono in me, essi fecero di me un’unica ed uguale sostanza con se stessi… D’ordinario i diavoli agivano in conformità ai sentimenti della mia anima; e ciò facevano con tanta sottigliezza che io stessa credevo di non avere alcun diavolo in me. Io mi sentivo offesa quando la gente manifestava il sospetto che io fossi indemoniata, e se qualcuno accennava al fatto che io ero posseduta dai diavoli, provavo una violenta emozione di rabbia e non potevo controllare l’espressione del mio risentimento.’
Ciò significa che la persona che non poteva fare a meno di sognare m. Grandier, la persona che m. Barré trattava come una specie di animale da laboratorio, non era cosciente, fuori degli esorcismi e durante le ore di veglia di essere in alcun modo anormale. Le estasi di umiliazione e di sensualità allucinatoria venivano inflitte ad una mente che si sentiva ancora quella di una donna di sensualità media la quale non aveva avuto la sfortuna di capitare in un convento, mentre avrebbe dovuto sposarsi e avere una famiglia.
Delle condizioni mentali di m. Barré e degli altri esorcisti non sappiamo niente di diretto. Essi non lasciarono autobiografie e non scrissero lettere. Finché non entrò in scena padre Surin, circa due anni dopo, la storia degli uomini coinvolti in questa prolungata orgia psicologica manca completamente di contatti personali. Fortunatamente per noi, Surin fu un introverso col bisogno di autorivelarsi, un ’informatore’ nato la cui passione per la confessione compensò ampiamente la reticenza dei suoi colleghi. Scrivendo di quei primi anni passati a Loudun e, in seguito a Bordeaux, Surin deplora di essere soggetto a tentazioni della carne quasi continue. Date le circostanze di vita di un esorcista in un convento di monache indemoniate, il fatto non può meravigliare. Al centro di un gruppo di donne isteriche, tutte in stato cronico di eccitazione sessuale, egli era il ‘maschio’ ufficiale, imperioso e tirannico. L’abiezione in cui si abbandonavano estaticamente le donne affidate a lui serviva solo a dare enfasi alla trionfale virilità del ruolo dell’esorcista. La loro passività rinforzava in lui la sensazione di essere il padrone. In mezzo a incontrollabili farneticamenti egli era lucido e forte; in mezzo a tanta animalità era l’unico essere umano; in mezzo ai diavoli era il rappresentante di Dio, aveva il privilegio di fare ciò che voleva di queste creature inferiori: poteva far loro eseguire giochetti, mandarle in convulsione, menarle come se fossero scrofe o giovenche recalcitranti, ordinare il clistere o la frusta. Nei loro momenti più lucidi le indemoniate confidavano ai loro padroni – e con quale osceno piacere in questo calpestare le convenzioni che erano state parte essenziale della loro personalità! – i fatti inconfessabili del loro stato fisiologico, le più terribili fantasie estratte dalle melmose profondità del subcosciente. La specie di rapporto che poteva esistere tra gli esorcisti e le monache che si supponeva fossero indemoniate è bene illustrato dal seguente estratto di un resoconto dell’epoca sulle orsoline di Auxonne, possedute dal demonio, il quale va dal 1658 fino al 1661.
‘Le monache dichiarano, e altrettanto fanno i preti, che per mezzo dell’esorcismo, essi (i preti) le liberano dell’ernia, e che hanno fatto rientrare loro dei budelli che le fuoruscivano dalla vagina, che le guarivano in un momento di lacerazioni all’utero causate dagli stregoni, che essi provocavano l’espulsione dei bastoni coperti di prepuzi di stregoni che erano stati messi loro nella vagina, dei pezzi di candela, bastoni coperti di bende ed altri strumenti d’infamia, come budelli e altre cose con le quali maghi e stregoni si servivano per fare su di loro azioni impure. Esse dichiarano altresì che i preti le curarono di coliche, mal di stomaco e mal di capo, che essi curavano l’indurimento del seno con la Confessione; fermavano le emorragie con l’esorcismo, e con l’acqua santa presa per bocca, eliminavano i gonfiori all’addome provocati dalla copulazione con diavoli e stregoni.
‘Tre delle monache comunicano, senza esitazione, di essersi congiunte a demoni e di essere state deflorate. Altre cinque dichiararono di aver sofferto, per mano di stregoni, maghi e diavoli, azioni che la modestia proibisce di ripetere, ma che in effetti non sono diverse da quelle descritte dalle prime tre. I nominati esorcisti testimoniano della verità di tutte le suddette affermazioni.’

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