L'Albertine di Proust

Da “Alla ricerca del tempo perduto” “Sodoma e Gomorra” di Marcel Proust leggiamo: “Non fu d’altronde quella sera che cominciò a prendere consistenza il mio crudele sospetto. No, per dirlo subito e benché il fatto accadesse solo qualche settimana dopo, nacque da un’osservazione di Cottard. Albertine e le sue amiche volevano trascinarmi quel giorno al Casinò d’Incarville e, per mia fortuna, non le avrei raggiunte (avendo intenzione di far visita alla signora Verdurin che mi aveva invitato più volte), se non fossi stato bloccato proprio a Incarville da un guasto del tram, la cui riparazione richiedeva un po’ di tempo. Camminando avanti e indietro aspettando che fosse finita, mi trovai all’improvviso a faccia a faccia con il dottor Cottard venuto a Incarville per un consulto. Esitai quasi a salutarlo, dato che non aveva risposto a nessuna mia lettera. Ma la gentilezza non si manifesta in tutti nello stesso modo. Non essendo stato educato alle stesse regole precise di comportamento delle persone di mondo. Cottard era pieno di buone intenzioni ignorate e negate fino al giorno in cui aveva l’occasione di manifestarle. Mi chiese scusa, aveva ricevuto le mie lettere, aveva avvertito della mia presenza i Verdurin, che desideravano grandemente di vedermi e dai quali mi pregava di andare. Voleva perfino condurmici quella sera stessa, giacché stava per prendere il trenino locale per andarvi a cena. Poiché esitavo, lui che aveva ancora tempo per prendere il treno, essendosi il guasto rivelato più lungo del previsto, lo feci entrare nel piccolo casinò, uno di quelli che mi erano parsi tanto tristi la sera del mio primo arrivo, pieno ora dell’animazione delle fanciulle che, in mancanza di cavalieri, ballavano tra loro. Andrée venne verso di me con passo di danza, ed io che ero quasi deciso ad andare con Cottard dai Verdurin, rifiutai definitivamente l’invito, eccitato dal violento desiderio di restare con Albertine. L’avevo quasi appena sentita ridere. E quel riso evocava subito in me il roseo incarnato, le superfici profumate contro le quali sembrava essersi da poco appoggiato e di cui, acre, sensuale e rivelatore come un odore di geranio, sembrava trasportare con sé qualche particella ponderabile, irritante e segreta.
Una delle fanciulle che non conoscevo si mise al pianoforte, e Andrée chiese ad Albertine di ballare il valzer con lei. Felice, in quel piccolo casinò, al pensiero che sarei rimasto con quelle fanciulle, feci notare a Cottard come ballavano bene. Ma lui, dal punto di vista medico, e con una cattiva educazione che non teneva conto del fatto che le conoscessi, avendole poco prima salutate, mi rispose: ‘Sì, ma sono molto imprudenti i genitori a lasciare prendere alle loro figlie simili abitudini. Non permetterei certo alle mie di venire qui. Sono carine almeno? Non ne distinguo i lineamenti. Fate attenzione, guardate‘, aggiunse mostrandomi Albertine e Andrée che danzavano lentamente, strette l’una contro l’altra, ‘ho dimenticato gli occhiali e non vedo bene, ma sono proprio al culmine del piacere. Non è mai abbastanza risaputo che le donne lo provano soprattutto attraverso i seni. E guardate, i loro sono completamente uniti‘. Non si era infatti interrotto il contatto tra quelli di Andrée e quelli di Albertine. Non so se loro sentirono o immaginarono le parole di Cottard, ma si staccarono leggermente l’una dall’altra continuando a ballare. Andrée disse a questo punto una parola ad Albertine e costei rise con lo stesso riso penetrante e profondo che avevo sentito poco prima. Ma questa volta il turbamento che mi recò fu ancora più crudele; Albertine aveva l’aria di accennare, di far constatare ad Andrée un certo fremito voluttuoso e segreto. Me ne andai con Cottard, distratto dalla conversazione con lui, e ripensando solo ogni tanto alla scena a cui avevo assistito…
Il male che mi avevano fatto le sue parole riguardo ad Albertine e Andrée era profondo, ma le più acute sofferenze non le avvertii subito, come capita per quegli avvenimenti che hanno effetto solo dopo un certo tempo.
Albertine, quella sera in cui il lift era andato a cercarla, non era venuta, nonostante tutte le assicurazioni. Il fascino di una persona è certamente causa meno frequente d’amore di una frase di questo genere: ‘No, stasera non sono libera‘. Non si fa attenzione a questa frase se si è con amici; si sta allegri tutta la sera, non ci si preoccupa di una certa immagine, che per tutto quel tempo è immersa nella soluzione adatta; e tornando a casa si trova la fotografia sviluppata e perfettamente nitida. Ci si accorge che la vita non è più la stessa che per un nonnulla si sarebbe lasciata il giorno prima, perché, se si continua a non temere la morte, non si ha più il coraggio di pensare alla separazione.
Del resto, a partire, non dall’una del mattino (l’ora indicata dal lift), ma dalle tre, non provai più come altre volte la sofferenza di sentir diminuire le probabilità che lei arrivasse. La certezza che non sarebbe più venuta mi recò una calma completa, una impassibilità; quella notte era semplicemente una notte come tante altre in cui non la vedevo: fu quella l’idea da cui partivo. E da allora il pensiero che l’avrei vista il giorno dopo o altri giorni, ergendosi sul nulla accettato, diveniva dolce. Talvolta, in queste sere d’attesa, l’angoscia è imputabile alla medicina che si è presa. Interpretata erroneamente da chi soffre, si crede di essere in ansia a causa di colei che non viene. L’amore nasce in questo caso, come certe malattie nervose, dalla inesatta spiegazione di un malessere penoso. Spiegazione che è inutile rettificare, almeno in ciò che riguarda l’amore, che è un sentimento sempre erroneo (quale che ne sia la causa).
Il giorno dopo, quando Albertine mi scrisse che era appena arrivata a Epreville, che non aveva ricevuto in tempo il mio biglietto e che sarebbe venuta, se ero d’accordo, a trovarmi quella sera, dietro le parole della sua lettera come dietro a quelle che mi aveva detto un volta per telefono, credetti di sentire la presenza di piaceri, di persone che aveva preferito a me. Ancora una volta fui tutto pervaso dalla curiosità dolorosa di sapere che cosa avesse fatto, per l’amore latente che si porta sempre in sé, e che potrei credere per un momento mi avrebbe fatto affezionare di più ad Albertine, Ma si accontentò di fremere da fermo e i suoi brusii si spensero senza essersi messo in marcia.
Nel mio primo soggiorno a Balbec, non avevo ben capito - e forse neanche Andrée con me - il carattere di Albertine. Avevo creduto che fosse ingenua frivolezza da parte sua se tutte le nostre suppliche non riuscivano a trattenerla e a farle saltare un ricevìmento all’aperto, una gita a dorso d’asino, un picnic. Nel mio secondo soggiorno a Balbec, m’immaginai che quella frivolezza fosse solo apparente, e il ricevimento all’aperto solo uno schermo, se non un’invenzione. In forme diverse avveniva il seguente fatto (intendo il fatto visto da me, dalla mia parte del vetro, che non era per nulla trasparente, e senza che potessi sapere quel che c’era di vero dall’altra parte). Albertine mi faceva le più appassionate proteste di amore. E si metteva a guardare l’ora perché doveva andare a far visita a una signora che riceveva, sembra, tutti i giorni a Infreville. Tormentato dal sospetto e non sentendomi del resto troppo bene, la pregavo, la supplicavo di restare con me. Era impossibile, diceva, e per di più le restavano solo cinque minuti, perché altrimenti come si sarebbe arrabbiata quella signora, poco socievole, suscettibile e, sottolineava Albertine, asfissiante. ‘Ma si può anche saltare una visita. - No, mia zia mi ha insegnato che bisogna prima di tutto essere cortesi. - Ma ho visto che tante volte non lo siete. - Non è la stessa cosa questa volta, la signora si offenderebbe e si lamenterebbe molto con la zia. Già non vanno troppo bene le cose tra noi. Ci tiene moltissimo che ci vada. - Ma se riceve tutti i giorni!’ A questo punto, Albertine vedendosi spiazzata, cambiava motivazione. ‘Certo, riceve ogni giorno. Ma oggi ho dato appuntamento da lei ad alcune amiche. Così ci annoieremo meno. - Allora, Albertine, preferite la signora e le amiche a me, dato che per non rischiare di fare una visita noiosa, scegliete di lasciarmi solo, malato e malinconico? - Non m’importerebbe della visita noiosa. Ma è per un riguardo alle amiche. Sarò io a doverle riportare a casa sul mio barroccino. Senza di me si troverebbero prive di mezzi di trasporto.’ Facevo notare a Albertine che non c’erano treni fino alle dieci di sera da Infreville. ‘E’ vero, ma forse dovremo restare a cena. E’ sempre molto ospitale. - Ebbene, non accetterete. - Farei arrabbiare ancora mia zia. - Del resto potete cenare e prendere il treno delle dieci. - C’è poco tempo. - In tal caso, non potrei mai andare a cena in città e tornare col treno. Ma sentite, Albertine, faremo una cosa semplicissima: sento che mi farà bene prendere una boccata d’aria; dato che non potete fare a meno di far visita a quella signora, vi accompagnerò fino a Intreville. Non abbiate paura, non verrò fino alla ’Tour Elisabeth’ (la villa della signora), non vedrò né la signora, né le vostre amiche.’ Sembrò che Albertine avesse ricevuto un colpo terribile. Si era messa a balbettare, che non le facevano proprio bene i bagni di mare. ‘Vi dispiace se voglio accompagnarvi? - Ma come potete dire una cosa simile? Sapete bene che il mio piacere più grande è uscire con voi.’ E improvvisamente avveniva un brusco cambiamento di rotta. ‘Se usciamo a passeggio insieme, mi disse, perché non decidiamo di andare dall’altra parte di Balbec, dove potremmo restare a cena insieme? Sarebbe così carino. In fondo, è quella la costa più bella. Sono stufa ormai d’Intreville e di tutti i suoi posticini verdi spinacio. - Ma dispiacerà all’amica di vostra zia se non andrete da lei. - Se la farà passare. - No, non bisogna fare arrabbiare la gente. - Ma non se ne accorgerà nemmeno, riceve ogni giorno; che ci vada domani, dopodomani, tra otto giorni o fra quindici, fa lo stesso. - E le vostre amiche? - Mi hanno tante volte piantate loro. Questa volta le pianto io. - Ma dalla parte in cui volete andare, non c’è treno dopo le nove. - Non importa! Le nove andranno benissimo. E poi non bisogna farsi impressionare da come ritornare. Si troverà sempre un barroccino, una bicicletta, e in mancanza di meglio le gambe. - Si troverà sempre… Come la fate facile, Albertine! Dalla parte d’Intreville, dove le stazioncine di legno sono una appresso all’altra, va bene. Ma non è la stessa cosa dall’altra parte. - Anche da quella parte. Vi prometto che vi riporterò sano a salvo.’ Sentivo che Albertine rinunciava per me a qualcosa di combinato che non voleva dirmi, e che ci sarebbe stato un altro infelice come me. Vedendo che non era possibile fare quello che aveva pensato, dato che avevo deciso di accompagnarla, vi rinunciava di sua spontanea volontà. Sapeva che non era irrimediabile. Perché, come tutte le donne che hanno più rapporti nella loro esistenza, si sosteneva su un punto d’appoggio che non viene mai meno: il dubbio e la gelosia. Non cercava certo di provocarli, anzi. Ma gl’innamorati sono così sospettosi che fiutano subito la menzogna. Di modo che Albertine non essendo meglio di un’altra, sapeva per esperienza (senza pensare minimamente che fosse a motivo della gelosia) di essere sempre sicura che avrebbe ritrovato le persone da cui non sarebbe andata una sera. La persona sconosciuta piantata in asso per me avrebbe sofferto, e poi l’avrebbe amata di più (Albertine non sapeva che era proprio per questo), e per non soffrire oltre, sarebbe tornata di sua spontanea volontà a cercarla, come avevo fatto io. Ma io non volevo dare dispiaceri ad altri, né stancarmi, ne imboccare la terribile strada delle investigazioni, della molteplice sorveglianza senza fine. ‘No, Albertine, non voglio rovinarvi la serata, andate pure dalla signora d’Intreville, o dalla persona di cui è il prestanome, non m’importa niente. Il vero motivo per cui non vengo con voi e che non mi va, che la passeggiata che fareste con me non è quella che volevate fare, e la prova mi è stata data dal fatto che siete caduta cinque volte in contraddizione senza accorgervene.’ La povera Albertine credette che le sue contraddizioni, di cui non s’era neanche accorta, fossero ancora più gravi, non ricordando le bugie che aveva raccontato: ‘E’ possibile che mi sia contraddetta. L’aria di mare mi procura giramenti di testa. Dico sempre un nome per un altro‘. E (a riprova del fatto che non avrebbe avuto bisogno ora di molte dolci proteste perché le credessi), soffrii come di una ferita sentendola confessare ciò che avevo solo in minima parte supposto. ‘Ebbene, ho deciso, vado via‘, disse con tono tragico, non senza prima guardare l’ora per vedere che non fosse in ritardo con l’altro, ora che le davo la possibilità di non passare la serata con me. ‘Siete troppo cattivo. Cambio il mio programma per trascorrere con voi una bella serata e alla fine non volete, e mi accusate di falsità. Non vi avevo mai visto così crudele. Il mare sarà la mia tomba. Non vi rivedrò più. (Il cuore mi batté forte a queste parole benché fossi certo che sarebbe tornata il giorno dopo, come infatti avvenne). Mi annegherò, mi getterò in mare. - Come Saffo. - Ancora un insulto per di più; non dubitate solo di ciò che dico, ma anche di ciò che faccio. - Ma, piccola mia, l’ho detto senza alcuna intenzione, ve lo giuro, sapete bene che Saffo si è gettata in mare. - Sì, sì, voi non avete nessuna fiducia in me.’”

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