Le pitture oscene di Pompei.

Le pitture oscene di Pompei rappresentano non poca parte dell’immenso interesse culturale della città vesuviana. Un tempo le mostravano solo ai ricchi e ai bene informati dietro elargizione di lauta mancia. Le signore era di prammatica che restassero fuori dell’uscio ad attendere l’uscita dei mariti sorridenti e sornioni.
Quando incominciarono ad essere ammesse alla visione le signore, il senso del pudore era mutato e ci si avviava alla sbandierata libertà dei nostri giorni in cui il custode è disposto a fare uno strappo alla regola anche nel caso di scolaresche.
Le cose di rilievo da vedere sono situate nella casa dei Vettii: vi è la fallostasia e la stanzetta delle pitture “oscene”. Di queste ultime, consistenti perlopiù nelle posizioni del rapporto sessuale tra uomo e donna, due sono di grande nitidezza e bellezza. Altre sono rovinate e poco chiare e dunque ci aiutano poco a completare l’informazione sulla vita erotica del mondo romano.
La fallostasia, di cui io ho riportato la foto all’inizio di questa rubrica, rappresenta “la pesata del fallo” ed è molto divertente. Il dio Priapo pone il suo enorme “arnese” su un piatto della bilancia mentre sull’altro mette dei sacchetti d’oro. Sicuramente una scritta, ora non più leggibile, recitava: “Vale tanto oro quanto pesa”.
Nei luoghi pompeiani recuperati dagli scavi archeologici, numerosi altri sono i riferimenti erotici, più o meno espliciti, che è possibile ravvisare dato che la mentalità dell’epoca era tutt’altro che sessuofobica.
Degli affreschi nella Villa dei Misteri rappresentano l’iniziazione ai misteri dionisiaci. Di grande rilievo è la figura di una baccante che danza nuda. Parimenti di grande interesse erotico sono numerosi altri affreschi, in particolare quello che rappresenta la rivelazione fatta a una fanciulla del fallo, simbolo di fecondità.
Riferimenti più spicci e volgari vanno ricercati nei numerosi lupanari, di cui la città vesuviana abbondava. Vi si trovano i cubicoli con i letti quasi intatti, disegni erotici e scritte salaci sulle pareti incise dai frequentatori (dell’epoca ma anche da qualche deficiente dei nostri giorni).

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