Lettera di Oscar Wilde a Bosie

Dalla lettera di Oscar Wilde spedita dal carcere a Bosie, leggiamo: “Caro Bosie,
Dopo una lunga e infruttuosa attesa mi sono deciso a scriverti, tanto per il tuo bene quanto per il mio, perché non mi piacerebbe pensare di avere trascorso due lunghi anni di prigione senza aver ricevuto neanche una sola riga da te, né alcuna notizia o messaggio, eccettuati quelli che mi hanno dato dolore.
La nostra tanto malaugurata e deprecabile amicizia si è conclusa per me con la rovina e il pubblico disonore, tuttavia il ricordo del nostro antico affetto mi fa spesso compagnia e il pensiero che l’odio, l’amarezza e il disprezzo debbano per sempre occupare quel posto che una volta l’amore occupava nel mio cuore è molto triste per me. Penso che tu stesso senta nel tuo cuore che scrivermi mentre mi trovo nella solitudine della vita di prigioniero sia meglio che non pubblicare le mie lettere senza il mio permesso o dedicarmi poesie richieste, anche se il mondo non saprà nulla delle parole di dolore o di passione, di rimorso o di indifferenza che tu riterrai di mandarmi come risposta o invocazione.
Non ho alcun dubbio che in questa lettera, nella quale dovrò parlare della tua vita e della mia, del passato e del futuro, di cose dolci tramutate in amarezza e di cose amare che possono essere tramutate in gioia, ci sarà molto che ferirà la tua vanità nel vivo. Se questo succederà leggi e rileggi la lettera fino a che essa non ucciderà la tua vanità. Se trovi in essa qualcosa di cui senti di essere ingiustamente accusato, ricordati che si dovrebbe essere grati che esista una colpa di cui si possa essere ingiustamente accusati. Se ci fosse in essa anche un solo brano che ti farà venire le lacrime agli occhi, piangi come si piange in prigione dove il giorno, non meno della notte, è riservato alle lacrime. E’ l’unica cosa che può salvarti. Se andrai a lamentarti da tua madre, come hai fatto quando io manifestai disprezzo per te nella mia lettera a Robbie, in modo che ella ti lusinghi e ti riconduca con blandizie nel tuo autocompiacimento o nella tua vanità, sarai completamente perso. Se trovi una falsa scusa per te, ne troverai presto cento, e non sarai altro che quello che eri prima. Dici ancora, come nella tua risposta a Robbie, che io ti ‘attribuisco moventi indegni’? Ah, nella vita non avevi alcuno scopo. Avevi semplicemente degli appetiti. Uno scopo è un fine intellettuale. Che eri ‘molto giovane’ quando iniziò la nostra amicizia? Il tuo difetto non era che conoscevi tanto poco della vita, ma che ne conoscevi troppo. L’alba mattutina della fanciullezza con il suo fiorire delicato, la sua luce pura e chiara, la gioia dell’innocenza e dell’attesa che tu le avevi lasciate già da un pezzo dietro di te. Con passo veloce, correndo, eri passato dal Romanticismo al Realismo. Il fango e le cose che lì vivono avevano iniziato ad esercitare su di te il loro fascino. Da qui ebbero inizio i guai per cui tu cercasti il mio aiuto, e io, stolto secondo quel che dice il mondo, per pietà e bontà te lo diedi. Devi leggere questa lettera dall’inizio alla fine, anche se ogni parola potrà divenire per te come il fuoco o il bisturi del chirurgo, che fa sanguinare o bruciare la carne delicata. Ricorda che il pazzo agli occhi degli dei e il pazzo agli occhi del mondo sono molto diversi…
Inizierò col dirti che mi biasimo terribilmente. Mentre sto qui seduto in questa cella buia vestito da carcerato, uomo rovinato e coperto di disonore, io biasimo me stesso. Nelle notti angosciose, agitate e insonni, nelle lunghe, monotone, giornate di dolore, è me stesso che biasimo. Mi biasimo per aver permesso che un’amicizia non intellettuale, un’amicizia il cui scopo primario non era la creazione e la contemplazione di cose belle, dominasse completamente la mia vita. Fin dall’inizio ci fu un divario troppo ampio tra di noi. Tu a scuola eri stato pigro, e ancor di più all’università. Non ti rendevi conto che un artista, e in particolare un artista come me, vale a dire una persona per cui la qualità del lavoro dipende dall’approfondimento della propria personalità, richiede, perché la sua arte si sviluppi, comunanza d’idee e atmosfera intellettuale, tranquillità, pace e solitudine. Ammiravi il mio lavoro quando era compiuto: godevi dei brillanti successi delle mie prime e dei magnifici banchetti che le seguivano, eri orgoglioso, cosa del tutto naturale, di essere intimo amico di un artista tanto famoso; ma non riuscivi a capire quali fossero le condizioni necessarie per produrre un’opera d’arte. Non mi esprimo con frasi eccessivamente retoriche, ma con parole che hanno una verità assoluta nei confronti del reale, se ti ricordo che durante l’intero periodo in cui fummo insieme non scrisse neppure un verso. Sia a Torquay che a Goring, Londra, Firenze o da qualsiasi altra parte, la mia vita, fintantoche tu sei rimasto al mio fianco, fu assolutamente sterile e senza creatività. E, con ben pochi intervalli, tu rimanesti, mi rincresce dirlo, sempre al mio fianco…
Mi biasimo inoltre per averti permesso di portarmi alla totale e vergognosa rovina finanziaria. Ricordo una mattina all’inizio di ottobre del 1892, quando ero seduto con tua madre nei boschi che si tingevano di giallo a Bracknell. A quel tempo conoscevo molto poco la tua vera natura. Ero stato con te a Oxford da un sabato a un lunedì e tu eri stato con me a Cromer dieci giorni, per giocare a golf. La conversazione volse su di te, e tua madre iniziò a parlarmi del tuo carattere. Mi parlò dei tuoi difetti principali: la tua vanità e il tuo avere, come ella lo definì, ‘frainteso tutto riguardo al denaro’. Ho un ricordo vivido di come ciò mi fece ridere. Non avevo la più pallida idea che il primo mi avrebbe portato in prigione, e il secondo alla bancarotta. Pensavo che la vanità fosse una sorta di bel fiore che un giovane potesse portare all’occhiello; per quanto riguarda la prodigalità - perché pensavo che ella non intendesse altro che quella - le virtù della prudenza e della parsimonia non erano tipiche né della mia natura né della mia razza. Ma prima che la nostra amicizia compisse un mese, cominciai a capire quello che tua madre voleva veramente dire. La tua insistenza per un tipo di vita piena di spese sconsiderate, le incessanti richieste di denaro, la pretesa che tutti i tuoi piaceri dovessero essere pagati da me sia che io fossi o non fossi con te, dopo un po’ di tempo mi portarono a serie difficoltà finanziarie, e quello che rese, almeno per me, gli sperperi così monotonamente privi di interesse a mano a mano che la tua salda presa sulla mia vita diventava più forte, fu che il denaro veniva speso di fatto per poco più che per i piaceri del mangiare, bere e cose del genere. E’ una gioia avere di tanto in tanto la propria tavola rossa di vino e di rose, ma tu superavi ogni buon gusto e moderazione; chiedevi senza cortesia e ricevevi senza ringraziare. Arrivasti a credere di avere una sorta di diritto di vivere a mie spese in mezzo a un lusso al quale non eri mai stato abituato, e che proprio per questo intensificò la tua avidità, tanto che alla fine se tu perdevi del denaro giocando d’azzardo in qualche Casinò di Algeri non facevi altro che telegrafarmi la mattina dopo a Londra perché depositassi la somma sul tuo conto in banca, e non dedicavi più alla questione pensieri di alcun genere.
Quando ti dico che tra l’autunno del 1892 e la data della mia incarcerazione spesi con te e per te più di 5000 sterline, senza contare le fatture che pagai, ti farai un’idea del tipo di vita che tu continuavi a fare. Pensi che io esageri? Le mie spese ordinarie con te in un giorno qualsiasi a Londra - per colazione, pranzo, cena, divertimenti, carrozze e tutto il resto - andavano dalle 12 alle 20 sterline, e le spese di una settimana erano naturalmente in proporzione e variavano dalle 80 alle 130 sterline. Per i nostri tre mesi a Goring le mie spese (compreso l’affitto naturalmente) furono di 1340 sterline. Con il curatore fallimentare dovetti ripercorrere passo per passo ogni particolare della mia vita. Fu una cosa terribile…
Ma più di tutto mi biasimo per averti permesso di portarmi alla completa degradazione morale. La base del carattere è la forza di volontà e la mia divenne completamente sottomessa alla tua. Sembra una cosa grottesca da dire, ma è nondimeno vera. Quelle scenate incessanti che sembravano esserti quasi fisicamente necessarie, e durante le quali la tua mente e il tuo corpo venivano stravolti e tu diventavi una cosa tanto terribile da guardare quanto da ascoltare; quella spaventosa mania che hai ereditato da tuo padre, la mania di scrivere lettere disgustose e ributtanti, la tua completa mancanza di qualsiasi controllo sulle tue emozioni, dimostrata dal tuo lungo e impermalito stazionare in tetri silenzi, non meno che dagli improvvisi attacchi di furore quasi epilettico; tutte queste cose in riferimento alle quali una delle mie lettere a te, che tu lasciasti in giro al Savoy o in qualche altro albergo e che perciò venne prodotta in tribunale dall’avvocato di tuo padre, conteneva un’implorazione non priva di pathos, se tu a quel tempo fossi stato in grado di riconoscere il pathos nei suoi elementi e nelle sue espressioni; furono queste, dico, l’origine e la causa della mia fatale cedevolezza a te nelle crescenti richieste quotidiane. Mi sfinisti. Fu il trionfo della natura più meschina su quella più grande. Fu il caso della tirannia del debole sul forte che da qualche parte, in una delle mie commedie, io descrivo come ‘la sola tirannia che duri’.
E fu inevitabile. In ogni rapporto della vita con gli altri uno deve trovare qualche ‘moyen de vivre’. Nel tuo caso si doveva o lasciare fare a te o lasciarti. Non c’era nessun’altra alternativa…
In quell’unico momento supremamente e tragicamente critico di tutta la mia vita, subito prima che io compissi il deplorevole primo passo della mia assurda azione giudiziaria, da una parte c’era tuo padre che mi attaccava con odiosi biglietti lasciati al mio club, dall’altra c’eri tu che mi attaccavi con lettere non meno disgustose. La lettera che ricevetti da te la mattina del giorno che ti permisi di portarmi al Commissariato di Polizia per richiedere quel ridicolo mandato di cattura per tuo padre fu una delle peggiori che tu abbia mai scritto e per il motivo più vergognoso. Voi due mi faceste perdere la testa. La mia capacità di giudizio mi abbandonò. Il terrore prese il suo posto. Non trovai alcuna possibile via d’uscita, posso affermarlo francamente, da nessuno di voi due. Barcollai ciecamente come un bue verso il mattatoio. Avevo commesso un gigantesco errore psicologico. Avevo pensato che il mettermi nelle tue mani per le piccole cose non significasse nulla: che quando fosse arrivato un grande momento io avrei potuto riaffermare la mia forza di volontà in virtù della sua naturale superiorità. Non fu così…
Al nostro ritorno a Londra quelli tra i miei amici che desideravano davvero il mio bene mi implorarono di riparare all’estero e di non affrontare un processo assurdo. Tu attribuisti loro motivi meschini per darmi un consiglio di questo genere e a me codardia per ascoltarlo. Mi costringesti a rimanere affinché dal banco degli imputati, me la cavassi con sfacciataggine e assurde fandonie. Alla fine, naturalmente, fui arrestato e tuo padre divenne l’eroe del giorno: anzi qualcosa di molto più di un semplice eroe; la tua famiglia ora si colloca - cosa piuttosto strana - fra gli Immortali, perché per quell’effetto grottesco che nella vicenda funge da elemento gotico a fa di Clio la più frivola di tutte le muse, tuo padre vivrà per sempre tra i buoni, incorrotti genitori del catechismo della domenica, il tuo posto è invece con il piccolo Samuele mentre io sono relegato nel fango più putrido delle Malebolge tra Gilles de Retz e il Marchese de Sade.
E’ ovvio che mi sarei dovuto liberare di te, avrei dovuto cacciarti via, scuoterti via dalla mia vita come un uomo scuote dai propri vestiti una cosa che lo ha punto. Nel più bello dei suoi drammi Eschilo ci narra del grande signore che alleva nella sua casa un leoncino e lo ama perché accorre ai suoi richiami con occhi vivaci e gli fa le feste per il cibo. Poi l’essere cresce, mostra la natura della sua razza e distrugge il signore, la sua casa e tutto quello che egli possiede. Sento di essere stato come costui. Ma la mia colpa è stata non di non essermi separato da te, ma d’averlo fatto troppo spesso. Per quanto posso ricordare ho messo fine alla mia amicizia con te regolarmente ogni tre mesi e, ogni volta che l’ho fatto, tu sei riuscito per mezzo di suppliche, telegrammi, lettere, tramite l’intercessione dei tuoi amici, quella dei miei e cose del genere, a fare sì che io ti permettessi di tornare. Quando alla fine di marzo del 1893, te ne sei andato dalla mia casa a Torquay, ero deciso a non rivolgerti mai più la parola e a non permetterti di stare con me per nessuna circostanza, tanto rivoltante era stata la scenata che avevi fatto la sera prima di partire. Mi scrivesti e mi telegrafasti da Bristol per supplicarmi di perdonarti e di incontrarti. Il tuo tutore, che era stato dalla tua parte, mi disse di ritenere che tu certe volte non fossi molto responsabile di quanto dicevi e facevi e che molti, se non tutti, a Magdalen erano dello stesso parere. Acconsentii a vederti e, naturalmente, ti perdonai. Tornando in città mi pregasti di portarti al Savoy. Quella visita mi fu davvero fatale.
Tre mesi dopo, a giugno, ci troviamo a Goring. Alcuni dei tuoi amici di Oxford vengono per rimanere dal sabato al lunedì. La mattina di quello stesso giorno in cui partirono facesti una scenata tremenda, penosa al punto che ti dissi che dovevamo separarci. Ricordo piuttosto bene che, mentre stavamo in piedi sul liscio campo da croquet con il bel prato che correva tutt’attorno a noi, ti feci rilevare che stavamo danneggiando a vicenda le nostre vite; ma tu stavi rovinando completamente la mia e che io, era evidente, non ti stavo rendendo veramente felice e che una separazione irrevocabile e completa era l’unica cosa saggia e corretta da farsi. Te ne andasti con fare scontroso dopo colazione, lasciando al maggiordomo una delle tue lettere più offensive perché me la consegnasse dopo la tua partenza. Prima che fossero trascorsi tre giorni mi telegrafavi da Londra supplicandomi affinché ti perdonassi e ti permettessi di tornare. Avevo preso quel posto per farti contento. Su tua richiesta avevo assunto i tuoi stessi domestici. Mi dispiaceva terribilmente per l’orribile collera della quale eri preda. Ti volevo molto bene, perché ti lasciai tornare e ti perdonai. Dopo altri tre mesi, a settembre, ci furono nuove scenate, originate da me che ti avevo fatto rilevare gli errori da studente nel tuo tentativo di tradurre la ‘Salomé’. Ora dovresti essere uno studioso di francese abbastanza esperto per sapere che la traduzione non era degna di te, in quanto oxfordiano, come non era degna dell’opera che cercava di rendere. Allora naturalmente non lo sapevi, e in una delle violenti lettere che mi scrivesti sull’argomento dicesti di non avere ‘alcun obbligo intellettuale di sorta’ nei miei confronti. Ricordo che quando lessi quell’affermazione la sentii come l’unica cosa vera che mi avevi scritto per tutta la durata della nostra amicizia. Mi resi conto che una natura meno colta ti si sarebbe adattata molto meglio. Tutto questo non lo dico affatto con amarezza, ma semplicemente per amicizia. In ultima analisi il legame di ogni rapporto, si tratti di matrimonio o di amicizia, è la conversazione, e la conversazione deve avere una base comune, e tra due persone di cultura molto diversa la sola base comune possibile è al livello basso. La banalità di pensiero e di azione ha del fascino. Ne avevo fatto la chiave di volta di una filosofia molto brillante, che trovava espressione nelle commedie e nei paradossi. Ma le frivolezze e la follia della nostra vita diventarono spesso molto gravose per me: era soltanto nel fango che ci incontravamo, e per quanto fosse incantevole, terribilmente incantevole l’unico argomento attorno al quale si incentrava invariabilmente la tua conversazione, tuttavia alla fine mi riuscì estremamente monotono…
Esattamente tre mesi più tardi, dopo una serie di scenate che culminarono in una più rivoltante del solito, quando tu arrivasti un lunedì sera nelle mie stanze accompagnato da uno dei tuoi amici, fui addirittura costretto a riparare all’estero la mattina dopo per sfuggirti, adducendo alla mia famiglia un qualche assurdo motivo per la partenza improvvisa, e lasciando un indirizzo falso al mio domestico per paura che tu mi potessi seguire con il treno successivo. E ricordo quel pomeriggio, nel vagone che si allontanava rapidamente in direzione di Parigi, di aver pensato in che situazione impossibile, terribile, profondamente sbagliata si era cacciata la mia vita, per cui io, uomo che godeva di fama mondiale, ero in pratica costretto a scappare dall’Inghilterra per cercare di disfarmi di un’amicizia che distruggeva completamente tutto ciò che di bello era in me, sia dal punto di vista intellettuale che morale: e la persona dalla quale io stavo fuggendo e con la quali ero rimasto invischiato non era una creatura terribile venuta fuori da una cloaca o da un pantano nella vita moderna, ma eri proprio tu, un giovane della mia stessa classe e posizione sociale, che era stato nel mio stesso College a Oxford, ed era ospite assiduo nella mia casa.”

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