Matteo Bandello

Matteo Bandello fu un ecclesiastico e (quel che ci interessa) autore di un’ampia raccolta di novelle contenuti in tre libri pubblicati nel 1554. Il novelliere di Bandello abolisce la tradizionale cornice e contempla per ogni novella una dedica a un personaggio illustre. I racconti hanno il loro massimo interesse nel fatto che costituiscono una cronaca della vita quotidiana del tempo.
Bandello passò tutta la vita in viaggio, da una corte all’altra, e restando a lungo anche in Francia. Era diventato il punto di riferimento della vita di corte per la sua abilità di allietare nobili e sovrani con la narrazione di storie (a quel tempo non c’erano ancora le “soap” in tv).
A giudizio dei suoi contemporanei Bandello fu scrittore piccante poiché in molte sue novelle non manca la componente amorosa e galante.
Se diamo una scorsa ai titoli dei suoi lavori troviamo la descrizione di contesti erotici come nel seguente: “Una donna si trova in un tempo avere tre innamorati in casa e venendo il marito quello mirabilmente beffa.”
Risvolti truci ha la novella: “Uno truova la moglie con un prete e quella ammazza e fa che il prete da se medesimo si castra”. Alla sconvolgente scoperta il marito d’istinto immerge la spada più volte nel corpo della moglie e “Rivolto poi al prete che diceva i paternostri de la bertuccia, gli disse: ‘Prete gaglioffo, io non mi vo’ bruttar le mani nel tuo sangue ma tu averai quel castigo che meriti’. Fece adunque che il prete mise il diavolo con i testimoni su l’orlo di un cassone e poi lo chiuse e disse: ‘Tagliati via quel tuo disonesto membro con i tuoi testimoni, od io ti ammazzerò’. Il prete a cui già Nicolino aveva dato un tagliente coltello, prima che esser ucciso, con un taglio di gallo si fece cappone. E senza linea e perpendicoli, pien d’angoscia a casa se ne andò, ove, in breve senza testimoni se ne morì.”
La novella ottava ha per titolo: “Cristoforo innamorato di Apatelea per inganno prende di quella amoroso piacere, che sempre se gli si era mostrata ritrosa”. La novella non è dotata di grande “verve” ma contiene una interessante descrizione della Milano dell’epoca: “Andai non è molto, signore mie nobilissime, per alcuni miei affari a Milano, ove da persona degna di fede mi fu narrato quanto io ora intendo di raccontarvi. Milano, dovete sapere, è oggidì la più opulenta e abbondante città d’Italia e quella ove più s’intenda a fare che la tavola sia grassa e ben fornita. Ella oltra la grandezza sua che i popoli di molte città cape, ha copia di ricchissimi gentiluomini dei quali ciascuno per sé sarebbe sufficiente a illustrare un’altra città. E s’un centinaio di gentiluomini milanesi i quali io conosco fossero del reame di Napoli, tutti sarebbero baroni, marchesi e conti; ma i milanesi in ogni cosa attendono più a l’essere e al vivere bene che al parere. Sono poi tutti molto vaghi de le belle donne, de le quali assai ce ne sono, e di star continovamente su le pratiche amorose che in città che io mi conosca, e tutti per l’ordinario fanno a’ forestieri di molte carezze e gli vedeno molto volentieri. Stanno dunque tanto più su l’amorose pratiche quanto che si trovano la pastura più grassa ed abbondante, essendo tutte le donne così vaghe degli uomini come essi sono di loro.”
La novella nona è così intitolata: “La sfortunata morte di due infelicissimi amanti che l’uno di veleno e l’altro di dolore morirono, con vari accidenti”. Se aggiungiamo che la storia è ambientata a Verona, non vi è chi non riconosca le celebri e tragiche vicissitudini di Giulietta e Romeo. Fu appunto il Bandello la fonte a cui attinse Shakespeare e da questi successivamente i musicisti Bellini, Gounod, Ciaikowsky e Zandonai. Sembra che Matteo Bandello si sia ispirato a un’antica vicenda realmente accaduta e che dunque non sono completamente fondati su fantasie i numerosi luoghi veronesi dedicati a Giulietta e Romeo, che sono meta di un incessante pellegrinaggio da tutto il mondo.

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