"Il letto disfatto" di Françoise Sagan

Dal romanzo “Il letto disfatto” di Françoise Sagan leggiamo: “Il giorno dopo le propose di portarla a mangiar fuori, perché ricordava benissimo, e quasi con masochismo, il gusto dell’ostentazione che aveva Béatrice: lo stesso, pensava, per cui cinque anni prima s’era liberata di lui per un altro amante più rappresentativo. Quanto a lui, era, per natura, assolutamente indifferente a ciò che chiamiamo gli echi, i pettegolezzi e insomma le polveri bagnate del successo. Ma quella mattina, sapendo che lei ci teneva e avendo deciso di mascherare da iniziative personali i desideri di lei, avendo paura, soprattutto, di ritrovarsi solo – per strada, in un letto o da qualsiasi altra parte – solo, senza il suo profumo e la sua voce, avrebbe volentieri convocato tutti i clienti abituali dei bar e dei ristoranti in voga per un pranzo ufficiale di riconciliazione, se solo Béatrice lo avesse desiderato. Sentiva, dal ritmo del suo cuore, dalle mani tremanti, fino a che punto era stato privato di sangue, ossigeno e nervi per cinque anni. Non tentava neanche di sapere perché era stato così pazzo di quella donna, né come aveva potuto sperare di dimenticarla. Né perché ricordava con tanta violenza, adesso. S’inchinava davanti a lei come davanti al Santissimo. Non guidava più i suoi piedi, si limitava a seguirli.
Con grande sorpresa, Béatrice rifiutò di uscire a colazione. Preferiva, disse, restare sola con lui, e si fece portare in camera panini, vino bianco, frutta e caffè. Gli disegnava con aria mezzo ostile e mezzo divertita dei segni cabalistici sul petto; gli toccava il collo, e poi la spalla, e poi il piede, e poi l’inguine. Pareva riprendere possesso di qualcosa che le apparteneva da sempre, a sua insaputa, e per un attimo, lui si domandò se per caso non subisse lo stesso suo fenomeno; se quell’impressione teatrale di possesso e fatalità non la colpisse quanto lui. Ma era parecchio tempo che viveva a Parigi, ormai, e ne conosceva i ritmi e le tortuosità molto più quotidiani che sthendaliani, ragione per cui non si azzardò a chiedere. Nello stesso tempo, cercava di stornare una voce segreta, la stessa voce di cinque anni prima, sinistra, gelosa, ostinata a domandare perché mai non volesse uscire con lui, per esibirlo trionfalmente in quel ristorante dove tutte le colazioni erano una confessione e dove lui stesso, Edouard, sarebbe stato un complice molto conveniente. Che volesse ancora nasconderlo? Pure, sapeva bene che il segreto che forse era esistito tra loro, nell’altra stagione, non era più necessario: lui era famoso e lei era famosa, avevano tutti i diritti di spartirsi le aringhe alle due del pomeriggio in quella birreria pseudo-familiare dove la cosa equivaleva a dire: ‘Usciamo dallo stesso letto, ci siamo piaciuti, abbiamo fame’.
‘Ti vergogni di me?’ disse.
Lei lo guardava, gli carezzava i capelli, pareva strigliarlo, esplorava la grana della sua pelle, sorrideva, guardandolo, ironica, pensierosa e tenera, intelligente forse? E comunque, identica al sogno che aveva sognato di lei per tanti anni, quanto lo aveva lasciato e lui aveva creduto di dimenticarla.
‘Vergognarmi di te?’ disse lei. ‘Oh no. Sei bello, sai. Ma perché vuoi uscire? E’ chiaro, fuori, c’è il sole, e la cosa mi dà fastidio.’
E gli piombò addosso, gli cercò la vena del collo e disse con voce freddamente selvaggia:
‘Adesso ti voglio marchiare, ragazzino. Sarai tutto blu per due settimane, proprio qui, e le tue donne non potranno farci niente.’
Lo morse, gli succhiò il sangue alla gola. Era il vampiro della sua vita.
‘Vuoi veramente restare sola con me?’ disse lui, impastoiato nelle idee, nei ricordi e nelle lenzuola che già tutte attorcigliate intorno ai due corpi parevano come sollevate dal vento, dal vento del loro piacere.
Lei non rispose, e a questo punto non c’erano più domande da fare.”

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